MP - Breve storia dei giorni di un libro - "Diario di un restista extracomunitario", di Maged El-mahady
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Breve storia dei giorni di un libro - "Diario di un restista extracomunitario", di Maged El-mahady

Di Valentina Frate e Mohsen Abdelghany Mohamed

L’incontro
Nei caffé del Cairo da secoli si parla e s’incontra gente, bevendo e fumando pacificamente. Anche quella sera me ne stavo seduta in uno di questi caffé del centro con degli amici, tra cui Heba, un’attrice della nuova generazione di talento ma squattrinata e Vincenzo, un giovane scrittore italiano, da più di un anno in Egitto. Vincenzo aspettava un suo amico, un regista egiziano che vive da tanti anni in Italia.

Quest’anno l’inverno egiziano sembra più duro e, a star seduti all’aperto per più di un’ora, si fa fatica.

Inoltre quella sera avevo un altro impegno, mi restavano solo pochi minuti, il tempo d’incontrare il regista e andarmene. Ecco, Maged, sorridente, finalmente arriva. Si siede con noi e comincia a parlare, più in romanesco che altro... Sembrava avesse lasciato dietro l’angolo quei ragazzi di vita delle borgate romane. Per un attimo, camminavo di nuovo in un bagno di sole italiano. Il sole di quell’estate romana a cui potevo tornare solo nei sogni, i più intimi e poi a mia sorpresa anche nel libro di Maged, un egiziano italiano.
Ho lasciato l’Italia da tanti anni e ci torno sempre meno. Maged vive in Italia da tanti anni, è diventata casa sua. Poche chiacchere e ci salutiamo, ma timidamente mi dice di aver pubblicato un libro in arabo, si chiama “ Diario di un regista extracumunitario”. Poco lontano dal caffé c’è una delle librerie più conosciute del Cairo. Per curiosità e sicuramente simpatia per l’autore, io e la mia amica Heba ci compriamo il libro.

L’avventura di un libro
Leggere un libro in arabo mi richiede troppo tempo, ma in qualche modo lo devo leggere, non esiste ancora la traduzione in italiano...
Qualche giorno dopo, ad Alessandria, lo regalo a Mohsen, un giovane poeta egiziano di cui amo le poesie, lui non è mai stato in Italia, non è mai uscito dall’Egitto e non sembra averne l’intenzione. Mi chiedo segretamente che cosa troverà in questo libro. Gli chiedo il favore di leggerlo e farmi sapere che ne pensa.
Ogni libro, forse più di tanti altri oggetti, ha la sua storia personale. Libri amici, libri clandestini, libri rubati, libri venduti, usati, libri preziosi. I libri viaggiano senza frontiere, anche questo da qualche mese ha imparato a viaggiare di mano in mano, di mente in mente. E’ sempre un grande piacere regalare o scambiare libri con persone che amano leggere.
Con Maged ci rivediamo altre volte. Parliamo d’Italia, d’Egitto, di cinema e d’arte. Ogni tanto se ne esce con un episodio o un commento tirato dalle pagine del suo libro. Non riesce ancora a separarsi completamente dal suo libro che sembra accompagnarlo nei suoi pensieri come un’amante silenziosa. Forse perché parla di lui, del suo passato, di un periodo della sua vita difficile, ma creativo. Sai lo rileggo ancora, per ricordare, ammette. Lo ha scritto in arabo, perchè all’inizio pensava si trattasse di lettere, una corrispondenza da tenere con sua sorella a Tanta. Poi rendendosi conto che stava scrivendo un libro ha deciso di mandarlo via posta, quella tradizionale, ad un vecchio amico poeta che conosceva da quando aveva studiato filosofia ad Alessandria. E’ stato anche grazie agli incoraggiamenti dell’amico che decide di pubblicarlo, in Egitto, scegliendo tra le più di 400 pagine scritte solo 180. Adesso gli piacerebbe tradurlo in italiano, è uno dei suoi progetti.
Pochi giorni dopo il nostro incontro, Mohsen il giovane poeta alessandrino, ha finito il libro. Gli è piaciuto. Dobbiamo vederci e parlarne subito.

Leggendo un libro insieme
Maged è un regista. Scrive per immagini, colori, suoni. Ogni giorno una scena nuova, che una dopo l’altra defilano, come in un film, davanti agli occhi del lettore. Il protagonista di questo libro non è Maged, ma i giorni di cui è lo spettatore principale. Tutto il tempo è chiuso in un giorno. Un vicolo cieco, ogni volta nuovo, in cui entrare pur sapendo di non uscirne. Ogni volta tutto comincia e finisce come se fosse l’ultima volta, come se ci fosse tutta una vita da ricordare, da imparare, da rivivere. Alla fine di ogni giorno, un proverbio, una nuova lezione da trasmettere che racchiude la poesia di una vita.
Il regista scrive al presente, ma parla anche del passato, il futuro no, non gli interessa, su di quello non puo’ contare, non l’ha ancora visto. Mohsen ed io, parliamo per delle ore, ci immaginiamo Maged chiuso in una stanza. E’ un regista che non puo’ vivere della sua arte, ma che deve scrivere disperatamente ogni giorno per capire cosa succede e cosa gli è successo. A volte è soffocante, sembra la stanza di una prigione o la cella di un monaco che ha scelto di isolarsi dal mondo. Poche presenze umane lo attorniano, una moglie lontana, un vecchio triste quanto egoista, i suoi veri compagni sono i giornali, i ricordi e il cinema che non ha mai smesso di amare.
Maged è un artista, dice Mohsen, che soffre della sua sensibilità, sa di non vedere il mondo come gli altri, e vede gli altri, gli italiani, gli egiziani da un punto di vista privilegiato. Il suo libro ci insegna cos’è vivere in un paese che ti rifiuta la nazionalità e lasciarne un altro che si continua ad amare. Emigrare è sempre stata una sofferenza in fondo, l’idea di non poter tornare ti lascia un gusto amaro in bocca.
Come sono dolci e amari anche i miei ricordi.
Maged, vive in solitudine il Natale degli europei, come lo chiama lui per fare la differenza col Natale copto che conosce, e soffre, solo Allah ne è testimone, di non poter festeggiare l’Eid come si fa in Egitto. Intanto il produttore cinematografico non risponde più alle sue chiamate, gli italiani pensano al terrorismo e lui, come ogni altro arabo che si sente parte del paese in cui vive, lavora e di cui conosce anche la storia e gli artisti, soffre dell’immagine stereotipata che gli viene rinfacciata. Maged sottolinea più volte il suo malessere di fronte a un paese che sembra voler girare le spalle all’altra costa del mediterraneo da cui proviene. Ad Alessandria, a cui dedica il suo libro, c’è lo stesso mare che a Napoli, un mare che se potesse parlare racconterebbe solo secoli di scambi, contatti e storie comuni. Maged ci fa riflettere. La memoria gioca brutti scherzi a questi italiani che votano Berlusconi e hanno dimenticato il fascismo e la seconda guerra mondiale da cui uscirono distrutti ma pieni di voglia di ricominciare. Quello che li proccupa di più, oltre ai soldi, sembra la presenza di stranieri che invece di essere valorizzata come una ricchezza, viene presentata troppo spesso come problematica.

Maged è un regista, ma lo fanno lavorare come cameriere e poi lo invitano negli stessi saloni come interprete di quei politici a cui aveva servito il giorno prima la cena. Maged resiste e si auspica che malgrado l’uniforme che portiamo noi tutti, la gente impari a guardarsi in faccia, a riconoscersi e a conoscere i suoi immigrati. Al di là di questi nuovi muri di razzismo che crescono al ritmo di mine non esplose, gli uomini, si augura Maged, si devono presentare senza vergogna e con onestà per capirsi veramente.

Nelle ultime pagine del libro una nuova luce illumina la scena e forse il viso di Maged. Ecco la testimonianza dell’Italia del Primo maggio e di Pasolini. Basterebbe cambiare una lettera, ci suggerisce Maged della parola guerra, in arabo harb, per trasformarla in amore, in arabo hab. Il tempo scorre fuori dalla sua stanza, perfino Naguib Mahfouz è morto, scrivono i giornali d’Italia. Mohsen ed io, davanti al nostro caffé e alle nostre pagine d’appunti preferiamo rimanere a guardare con Maged i muratori, tutti immigrati come lo è lui, che hanno finito di restaurare un vecchio palazzo, dando un colore nuovo al paesaggio italiano. Maged finalmente vede dei colori, sta uscendo dalla sua dura solitudine.
Dal canto mio, in crescendo... Magar, questo libro fosse negli scaffali delle librerie, la prossima volta che potro’ tornare in Italia!

Valentina Frate e Mohsen Abdelghany Mohamed

[ lunedì 4 febbraio 2008 ]

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