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cittadinanza > editorialiFirenze e la guerra ai lavavetriIl mito della sicurezza e la nuova dimensione della politica.31 agosto 2007
L’ordinanza del Comune di Firenze emanata il 25 agosto 2007 bandisce dalla città il “mestiere girovago di cosiddetto lavavetri”. Il provvedimento introduce anche l’arresto per chi non vi ottemperi, facendo ricorso, visto che ad un sindaco non è ancora dato inventare nuovi reati, ad un articolo del Codice Penale che sancisce l’arresto fino a tre mesi per chi “non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene.” (art.650 CP). Un ampio potere discrezionale, dato che ormai in nome della retorica della sicurezza si può proibire, o compiere, qualsiasi atto. E i lavavetri sono spariti dai semafori di Firenze. A motivo della decisione, spiega l’Assessore alla sicurezza Cioni, le lamentele da parte dei cittadini che hanno subito, secondo quanto dichiarato, minacce e tentativi di aggressione. Se alcuni avvocati stanno pensando a come attaccare il valore giuridico di questo provvedimento, molti politici, in modo bipartisan, stanno apprezzando la creatività della giunta fiorentina: Penati, il presidente della Provincia di Milano, Borghezio, Maroni e Veltroni, un altro sindaco-sceriffo prossimo ad essere investito a leader del Partito Democratico e che vanta nel proprio curriculum altri atti significativi dal punto di vista della gestione del territorio in nome della sicurezza dei cittadini: la cacciata da Roma di 28 campi Rom per un totale di 15 mila persone deportate e la firma dei patti per la sicurezza, insieme alla collega Moratti, che di sicurezza se ne intende e indicendo una fiaccolata ha subito ottenuto dal Governo l’aumento dei poliziotti richiesti. Si parlerà però, proprio a Firenze, di immigrazione nel primo Convegno Annuale sull’Immigrazione programmato dal Ministero dell’Interno e dall’ANCI il 21 e 22 settembre 2007. La città è divenuta simbolo e il modello di una nuova forma di governo, il governo della popolazione, fatto di controllo, esclusione e confini interni dentro le città e ai territori. Questo paradigma prende forma anche nell’apparato di controllo dispiegato sui nostri territori attraverso le telecamere che costituiscono un moderno panopticon che lega spazio ed esercizio del potere, creando una soggettività assoggettata. Il lessico della stigmatizzazione di comportamenti che non si vuole abbiano spazio in città richiama le retoriche della devianza e della esclusione di chi esce dalla norma. In questo caso il nemico sono i "lavavetri", ma sono più in generale Rom, migranti, graffitari, tutti i tipi di diversi, che vengono bollati come ‘altro’ attraverso un controllo della popolazione che è insieme una enunciazione della normalità. Non sembri eccessivo questo spingere a morte. Non c’è bisogno certamente di ricordare la quotidiana strage di migranti nel Mediterraneo o nel Sahara, strage di non-persone che non spinge a gridare a nessun allarme ne i fanatici della sicurezza ne quelli del diritto alla vita. E per tornare alle nostre città non bisogna andare lontano per trovare notizie di morti alle periferie dell’umano. Come quella dei bambini rom rumeni di Livorno, morte forse evitabile se vi fosse stata una maggior attenzione dei genitori ma sicuramente, soprattutto, impossibile in condizioni di vita diverse, dignitose, che in una baracca sotto un ponte sono difficili da ricostruire. Il governo delle città, divenuto il governo tout court, viene effettuato tramite ordinanze di messe al bando e con le ruspe, che travolgono spazi occupati come campi abusivi. Elisabetta Ferri |
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